Sulla scia delle novità cinematografiche lanciate dal cinema di Venezia, ho stilato una lista di film che vorrei vedere nelle prossime settimane ed ho iniziato con Il grande sogno di Michele Placido.
Ci sono andata con mia madre, che a metà film ha cominciato a parlarmi, per confermare "che in quegli anni era davvero così" e che "la polizia ha davvero menato (ok, non ha detto propriamente "menato", ma ha usato un corrispondente dell'espressione, in Friulano)".
Ci sono andata per godermi Scamarcio, per poi scoprire che mi è piaciuta di più l'interpretazione di Luca Argentero, da cui non mi aspettavo molto, visto che ha iniziato la sua carriera nell'inguardabile Grande Fratello.
Ho trovato un film dalla bella fotografia, curato ed appassionante; specchio di un'Italia dell'epoca, che mi ha fatto riflettere su come in quarant'anni il nostro Paese non è purtroppo riuscito a rinnovarsi. Se quarant'anni fa le lotte sociali erano mirate a debellare le disuguaglianze e a garantire a tutti i loro diritti fondamentali, in primis quello allo studio, secondo me al giorno d'oggi le lotte sociali dovrebbero implicare uno scontro generazionale. Mi spiego meglio. Le generazioni più giovani adesso hanno la possibilità di accedere a tutti i beni materiali che la società impone loro di possedere; tuttavia, e in termini assoluti e paradossali, sono più povere di quelle precedenti (in pochi guadagnano più dei loro genitori) e private di alcuni diritti fondamentali come la sicurezza sociale, dai contratti di lavoro alle pensioni. Insomma, credo che sia per questo che le giovani generazioni dovrebbero lottare: a che serve avere una popolazione di laureati, se poi si punta sulla quantità e non sulla qualità dell'istruzione superiore (esistono in Italia corsi di laurea con UN SOLO iscritto), e se poi i "dottori" prodotti dal sistema si trovano a lavorare con contratti a progetto, che non permettono loro di avere una qualità della vita almeno dignitosa nè adesso nè nel futuro?
E' qui che dovrebbe emergere la rabbia, unita alla paura di un futuro incerto, per il quale non vengono in alcun modo forniti alla popolazione più giovane degli strumenti concreti affinchè sia possibile costruire un qualcosa di stabile (contributi INPS, questi sconosciuti).
Però ieri sera mentre guardavo il film ci riflettevo: pensavo alle lotte degli studenti di allora e ai cortei degli studenti di oggi. Quelli che "noi la crisi non la paghiamo", ma che intanto vengono stretti dalla morse di un sistema che comunque non dà loro opportunità, indipendentemente dagli slogan, timidi ed innocui, che per alcuni giorni hanno urlato nelle piazze e sulle strade.
E allora, che si può fare? Nel Sessantotto gli studenti e le loro barricate facevano paura. La loro voglia di cambiare il sistema, come dice il Libero del film, aveva spinto il sistema stesso ad autoproteggersi, a mandare la polizia ad arginare queste "cellule impazzite" della società, che a tutti i costi volevano aprirsi al mondo e dare il proprio contributo per poterlo cambiare. Oggi i ragazzi in piazza non fanno più paura a nessuno. Dall'alto vengono guardati con sufficienza e tenuti facilmente sotto controllo.
La protesta dovrebbe riscoppiare. Ma in altri modi, che vadano ad intaccare in maniera più sofisticata il subdolo sistema che ancora ci invischia.